Walter Benjamin, "TESI SUL CONCETTO DI STORIA"



"La mia ala è pronta al volo/ tornerei volentieri indietro/ perché, rimanessi anche tempo vivo,/ avrei poca felicità"
G.Scholem

Hannah Arendt parla in un suo bellissimo saggio di Benjamin come del "pescatore di perle": "come un pescatore di perle che si cala sul fondo del mare, per liberare quel che in esso c'è di ricco e inconsueto, le perle e il corallo degli abissi, e ricondurlo in superficie, questo pensiero [di Benjamin] scava nei recessi del passato, ma non allo scopo di resuscitarlo a ciò che era e di contribuire al rinnovamento di epoche estinte. Ciò che guida questo pensiero è la convinzione che benché i viventi siano soggetti alla rovina del tempo, il processo di decadimento è contemporaneamente un processo di cristallizazione, che sul fondo degli abissi, ove affonda e si dissolve ciò che un tempo era vivo, certe cose subiscono un 'sortilegio del mare' e sopravvivono in nuove forme cristallizzate immuni agli elementi, come se aspettassero solo il pescatore di perle che un giorno scenderà da loro per ricondurle al mondo dei vivi - quali 'frammenti di pensiero', cose 'ricche e strane' e forse, addirittura, eterni Urphädnomene".
Pur trovando suggestiva quest'immagine, io amo ricordarlo con dei versi di Celan, anche se non furono scritti per lui: "Tu cerchi asilo/ nell'indissolubile stella/ ereditaria – ti sarà/ concesso- ora/ sopravvivi la tua seconda/ vita".
Come tutti sanno, nell'impossibilità di trovare un luogo per lui abitabile e nella disperazione per non riuscire ad oltrepassare la frontiera spagnola cercando di raggiungere gli Stati Uniti, Benjamin si diede la morte il 25 settembre 1940.

Le tesi sul concetto di storia sono state per molti anni considerate una sorta di testamento spirituale di Benjamin. In ogni modo, come scrivono Bonola e Ranchetti, curatori dell'edizione italiana, costituiscono il tentativo di colmare il vuoto di senso cui sembrava destinata la storia alla fine degli anni Trenta del Novecento. Non era intenzione di Benjamin ritrovare in essa un fine o una teleologia, quanto individuare, nonostante gli eventi per nulla rassicuranti, una "chiave" che rendesse comprensibile lo svolgersi dei fatti offrendo un senso allo stare dell'uomo sulla terra in quel tempo.

I commentatori di Benjamin hanno sottolineato spesso la matrice marxista della sua lettura della storia. Ma, in effetti, anche se sono presenti dei riferimenti al "materialismo" e anche al marxismo, Benjamin utilizza di solito questi termini in un senso diverso da quello che di solito si intende quando certe parole o certi riferimenti vengono prodotti. Senza contare il fatto che la percezione della catastrofe che si stava abbattendo sull'Europa non trovava altra possibile esorcizzazione che nella speranza di una "rivoluzione" eventuale, ma sulle cui caratteristiche Benjamin non si sofferma. Anzi, è proprio la disillusione per una rivoluzione che non c'era stata a indurlo a prendere le distanze dallo storicismo e da tutte le teorie di matrice marxista che, postulando un tempo "omogeneo e vuoto" in rotta sicura e certa verso un avvenire liberatorio, aveva impedito alle masse di liberarsi e di riscattare una sofferenza già duramente pagata. Il patto Ribentropp-Molotov aveva poi aveva vanificato le speranze di tutti coloro che si erano rivolti a un mondo "a sinistra", ai partiti comunisti e socialisti (miseramente falliti in Francia e abbattuti d’un sol colpo in Germania) e che ora si trovavano a fluttuare in un'attesa pressoché insensata che smentiva tutte le possibili teorie e strategie sullo svolgimento e il fine della storia, la rivoluzione, la crisi del capitalismo e quant'altro.

Di fronte a tutto ciò Benjamin porta avanti la scrittura di questo testo straordinario che indica per la storia un "profilo di sensatezza", purché si postuli un ordine del tempo in cui, in luogo di una cronologia a funzione tassonomica, quelli che noi chiamiamo passato e presente si trovano uniti nelle costellazioni che occorre essere in grado di cogliere, in una compresenza di tempo che, compresa, deve servire ed essere l'anticamera dell'azione. Non un tempo che scorra omogeneo e vuoto, ma un tempo che in ogni istante è passibile di rendere giustizia a quel che è stato. Redimere il tempo trascorso, cogliendo l'attimo fugace di queste compresenze, di questi rendez-vous che costellano la storia, costituisce per l'uomo una chance rivoluzionaria, la possibilità, per ciascuno, di agire nella storia dando un senso alla propria azione, rendendo giustizia ad un passato in attesa di riscatto e ad un presente in attesa di significato.
Tra le tesi sul concetto di storia, particolarmente emozionante a questo proposito è la seconda (tra l'altro le tesi vanno lette assolutamente insieme e, in un certo modo, quasi in parallelo l'un l'altra; come fanno notare i curatori dell'edizione italiana, esse si chiarificano a vicenda e risulta difficile ripartirle per temi: "Il loro calcolato intreccio di intuizioni illuminanti, riflessioni spregiudicate e sapienti metafore si è rivelato nel tempo capace di ben altro e ben più che suscitare quel 'fraintendimento esaltato' che Benjamin paventava da una loro pubblicazione nello stato frammentario in cui le presentava nel 1940 agli amici francofortesi". La Arendt nel suo saggio si dilunga molto sul Benjamin collezionista e sulla sua aspirazione a comporre un'opera fatta solo di citazioni che, opportunamente poste, si illuminassero vicendevolmente e, per certi versi, queste tesi, ognuna così ricca di significati e di rimandi, sono un abbozzo di questa aspirazione poiché esse si spiegano l'un l'altra in maniera tale da rendere superfluo, o per contro, un po' paradossalmente, oscuro e ingarbugliato se tenta di farsi sistematico, il commento):
" 'Una delle peculiarità più notevoli dell'animo umano- dice Lotze, - è, accanto a un così grande egoismo nel singolo, la generale mancanza d'invidia di ogni presente per il proprio futuro'. Questa riflessione comporta che l'immagine di felicità che custodiamo in noi è del tutto intrisa del colore del tempo in cui ci ha oramai relegati il corso della nostra esistenza. Felicità che potrebbe risvegliare in noi l'invidia c'è solo nell'aria che abbiamo respirato, con le persone a cui avremmo potuto parlare, con le donne che avrebbero potuto darsi a noi. In altre parole, nell'idea di felicità risuona ineliminabile l'idea di redenzione. Ed è lo stesso per l'idea che la storia ha del passato. Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell'aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c'è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un'eco di voci ora mute? Le donne che corteggiamo non hanno delle sorelle da loro non più conosciute? Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come a ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una debole forza messianica a cui il passato ha diritto. Questo diritto non si può eludere a poco prezzo. Il materialista storico ne sa qualcosa."
Al di là delle considerazioni che a partire da questa tesi si potrebbero fare relativamente al tempo biografico (e che la lettura di Infanzia berlinese chiarifica), è evidente che i riferimenti alla concretezza e al materialismo, all'azione o alla rivoluzione, non possono essere intesi come delle interpretazioni più o meno colorite di un pensiero marxista, perché seppure presente, questo "sfondo" non rende giustizia ad un'idea di tempo che non ha nulla più di un "corso del mondo", che non ha nessun ordine se non quello che gli offre la possibilità che ciascuno ha di rendere giustizia al passato che si porta appresso, anche a sua insaputa. Giustamente un filone di studi ha messo in evidenza l'appartenenza di Benjamin alla tradizione ebraica, troppo spesso liquidata come un momento "passeggero" della sua biografia intellettuale in nome dei riferimenti alla concretezza della storia che nel testo sarebbero presenti, laddove invece una precisa interpretazione del pensiero ebraico nota che non vi è nulla di strano nel connettere l'idea di messianismo e di redenzione alla storia concreta fatta dagli uomini: l'azione che rende giustizia salva ed è messianica perché redime una sofferenza trascorsa ed è allo stesso tempo politica (nulla di più politico della salvezza). E, infine, azione conoscitiva perché solo attraverso questa redenzione il passato si rende conoscibile, ci spetta e diventa quello di una storia che ci appartiene (come è scritto in una tesi solo ad un'umanità interamente redenta spetta la totalità del suo passato). D'altronde, come scrive Bonola: "[…]all'interno della cultura ebraica è tutt'altro che assurdo pensare il messianismo in termini storico-politici così terreni e concreti da poter ipotizzare anche una qualche forma di materialismo messianico o di messianismo materialistico. Se però riassume questa compatibilità come fulcro dell'interpretazione, le riflessioni dell'ultimo Benjamin vengono più nettamente ricondotte nell'alveo di una dimensione di pensiero ebraico mai del tutto abbandonata, il cui lungo percorso sotterraneo ritorna ad affiorare con forza proprio nelle tesi. Mentre per decenni dell'ebraismo di Benjamin, troppo frettolosamente classificato come residuale, e considerato semmai responsabile solo delle sua discutibile propensione alla teologia, più di un interprete era stato lieto di sbarazzarsi giudicandolo un prodotto dello strabismo ermeneutico di Scholem, ispirato dalla nostalgia".
E un discorso simile vale per il significato particolare attribuito, potremmo dire, al ricordo: quello di essere, prima di tutto, rammemorazione. Essa, a differenza del primo, non si limita a tramandare un passato, ma svela un passato nel cui grembo è celato l'indice che rimanda ad un altrove, ad un'altra epoca, nell'attesa di essere redento; essa ci svela un passato carico di "adesso", cioè di presente, il presente in cui noi siamo e che si rivela così, atteso. La rammemorazione, è una sorta di filo che ricuce gli strappi della storia e allo stesso tempo libera gli uomini dalla paura del futuro, perchè ogni attimo che si avvicina potrebbe essere quella porta attesa dal passato da cui intravedere l'ingresso del messia (di una giustizia). 
"Il tempo che gli indovini interrogavano, per carpirgli ciò che celava nel suo grembo, da loro non era certo sperimentato né come omogeneo né come vuoto. Chi tiene presente questo forse giunge a farsi un'idea di come il tempo passato è stato sperimentato nella rammemorazione: e cioè proprio così. E' noto che agli ebrei era vietato investigare il futuro. La Torah e la preghiera li istituiscono invece nella rammemorazione. Ciò liberava per loro dall'incantesimo il futuro, quel futuro di cui sono succubi quanti cercano responsi presso gli indovini. Ma non per ciò il futuro diventò per gli ebrei un tempo omogeneo e vuoto. Poiché in esso ogni secondo era la piccola porta attraverso la quale poteva entrare il messia" (tesi B).
In questo modo, carico di rimandi e tutt'altro che lineare, di guardare alla storia e al tempo, la conoscenza storica ha il compito di aiutarci a cogliere le costellazioni e di fornirci la chiave di lettura per accedere alle stanze del passato. Queste, infatti, non sono disponibili a nostro piacimento, poiché esiste un rimando preciso tra ognuna di esse e un determinato momento del presente: basterebbe distrarsi e non cogliere le famose compresenze, per averle perdute per sempre e con esse la possibilità di salvezza. Questi rimandi precisi tra le epoche ci consegnano l'immagine di una storia disseminata da "schegge di tempo messianico": non sono in sé le battaglie o le rivoluzioni o i cambiamenti rilevabili più o meno considerati epocali, repentini, lenti, a fare la storia: ma la possibilità di giustizia che può essere resa e a questa concretezza lo storico deve volgere la sua conoscenza: "Lo storico che muove da qui cessa di lasciarsi scorrere tra le dita la successione delle circostanze come un rosario. Egli afferra la costellazione in cui la sua epoca è venuta a incontrarsi con una ben determinata epoca anteriore. Fonda così un concetto di presente come quell'adesso, nel quale sono disseminate e incluse schegge del tempo messianico".
Benjamin dice "lo storico". Noi diciamo "ogni uomo".
Sulle caratteristiche del passato e del suo rapporto al presente, Benjamin utilizza molte alte espressioni. Solo per riportare brevemente un altro esempio, parla delle immagini attraverso cui si manifesta la "costellazione" come di "monadi", ovvero frammenti di passato ognuno dei quali contiene in sé l'intera epoca in cui è stato forgiato: parla per tutto il passato, per tutta la sua epoca e così si fa incontro al presente; la sua citazione è la redenzione dell'intera epoca. La citazione non ha niente di innocente, perché è sempre una citazione in giudizio.

Hannah Arendt spiega questo rapporto particolare che Benjamin istituisce col passato con la perdita della tradizione che si verificò nel XX secolo (perdita che, iniziata a metà del XIX, si consumò definitivamente con la Seconda Guerra Mondiale). Avendo perduto la tradizione, gli uomini avevano perso la bussola che li guidava nel passato: come poteva questo essere recuperato senza una guida che ordinasse gli eventi e senza un'autorità che aiutasse a collocarli nel bene e nel male? O, per usare le parole del poeta Char che la stessa autrice cita, come procedere con un presente che altro non era se non "un'eredità senza alcun testamento"?
La risposta di Benjamin fu, a suo avviso, un nuovo modo di mettersi in relazione col passato: questo invece che "ordinabile" e trasmissibile, diventava "citabile" (proprio perché è Benjamin stesso ad utilizzare in questo senso la parola "citazione" nelle tesi; per esempio scrive che ogni presente cita un determinato passato. Oppure che ci sarà un "giorno del giudizio" in cui tutti i momenti del passato diverranno citabili e questo sarà possibile per un'umanità completamente redenta) afferrando l’”adesso” di cui è carico in un’esperienza che è sempre unica, dato che ogni presente ha il suo indice di conoscibilità del passato, la sua chance rivoluzionaria realizzabile in un momento sempre irripetibile.

L'interpretazione arendiata è suggestiva e in sé corretta, solo che andrebbe precisata tenendo presente che per Benjamin la vera frattura si era consumata con la Prima Guerra Mondiale e che più che perdita della tradizione o di una guida in grado di dirigerci tra i vari lasciti del passato, egli parla di una "perdita dell'Esperienza" cioè perdita della possibilità di inserire il corso della propria vita in un "corso del mondo", di fare della propria Erlebnis qualcosa che avesse il valore o che coincidesse con una Erfharung. Questo scollamento tra la storia e la propria esistenza viene ricucito, potremmo dire, con un'idea di un tempo che non ha più un "corso", uno svolgimento considerato più o meno naturale in grado di ospitare la nostra singola storia (perchè più o meno funzionante allo stesso modo), ma è messianico e in cui le coincidenze, le costellazioni, le compresenze (per utilizzare solo alcune delle espressioni di Benjamin) riportano - come scrivevamo all'inizio - un "profilo di sensatezza". 

C'è un'altra tesi, che merita d'essere riportata per la sua tragica bellezza e che chiarifica ulteriormente l'assoluta distanza di Benjamin dalla pratica e dalla visione della storia incarnata dalla filosofia marxista e dalla socialdemocrazia. Come già detto, la pratica della socialdemocrazia (ma non solo) si era innestata su un modo di concepire il tempo come secolarizzato e che vedeva la liberazione possibile solo nel futuro, fino ad innalzare questa "liberazione" a ideale al di là da venire, mummificandolo in un'infinita attesa del momento rivoluzionario, laddove l'ansia di redimere i sacrifici passati avrebbe costituito, per il movimento operaio, la più sicura spinta all'azione rivoluzionaria.
Su come Benjamin considerasse il progresso, su cosa fosse per lui questo vuoto ideale temporalmente rigettato in un futuro indelineato, basti leggere la tesi numero IX, il cui exergo è costituito da quattro versi di una poesia di Scholem (La mia ala è pronta al volo/ tornerei volentieri indietro/ perché, rimanessi anche tempo vivo,/ avrei poca felicità):
"C'è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta e le ali sono dispiegate. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un'unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, ridestare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l'angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle materie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso è questa bufera."

Il progresso è solo "questa bufera" e la tradizione non è che maceria, che solo la "citazione" può recuperare. La Arendt fa notare che questo modo di pensare il passato era tipico del collezionista quale era Benjamin (in particolare di libri, ma non solo). Colui che colleziona sostituisce, nella scelta dei suoi oggetti, il contenuto con l'originalità e l'autenticità. Le macerie della storia che l'angelo può solo amaramente contemplare possono essere ricomposte, riprese e conservate solo dall'amorevole perizia del collezionista che potrebbe chinarsi a raccoglierle (d'altronde, benché in altro conteso, come scrive Marguerite Yourcenar, solo la passione dell'intenditore gli consente di "collezionare ceramiche ritenute comuni").
E questo saper collezionare per la Arendt è l'essenza del citare che è, a suo avviso un modo per nominare, cioè fare luce sulla verità delle cose. Nominare tramite le citazioni sarebbe il solo mezzo per confrontarsi col passato privo di un testamento che ce lo tramandi poiché il linguaggio contiene il passato in modo inestirpabile. Scrive la Arendt che per Benjamin il linguaggio non è da intendersi come il dono della parola che distingue l'uomo dagli altri esseri viventi, ma è la natura del mondo dalla quale nasce il parlare.
In questo senso, pur non avendolo conosciuto (scrive Agamben che Heidegger gli disse, dietro sua esplicita domanda, di non aver mai conosciuto Benjamin), Benjamin dà ragione in parte a Heidegger quando costui ci rivela che "l'uomo è in grado di parlare soltanto finché è colui che dice". Il senso del passato dimora pur senza che ci sia qualcuno in grado di accoglierlo: la pretesa di Benjamin è che nel presente, più che accoglierlo lo si raccolga, lo si afferri, restituendogli la sua verità e dando un senso, un contenuto, riempiendo l'attesa di cui, solo per il fatto d'essere nati, siamo portatori.
 

Diana Napoli